Ambasciatore somalo a Padova
Il 18 maggio Nur Hassan Hussein, ambasciatore somalo in Italia è intervenuto presso Palazzo Moroni
E’ stata una serata solenne interamente dedicata alla
Somalia, ai ricordi del suo passato “italiano”.
All’analisi delle sue lotte fratricide che si protraggono
senza tregua da vent’anni, alle speranze (ahimé senza
ricette sicure!) per un futuro di stabilità politica,
economica e di pacifica coesistenza sociale.
E’ stata per me una grande emozione vedere riunito
quasi al completo quel poco che negli ultimi anni è
rimasto della comunità somala di Padova: un evento
che già di per sé ha dello straordinario. Nemmeno ai
matrimoni, ai funerali e alle celebrazioni del 1° luglio
(la Festa dell’Indipendenza somala) ho visto così tante
etnie trovarsi assieme, con l’intento di ragionare su
un destino comune. Numerose le domande, espresse
in somalo e poi tradotte in italiano per il pubblico
indigeno, che i convenuti hanno rivolto all’ambasciatore
somalo a Roma, domande che tradivano l’amore per
la propria terra lontana e martoriata, unitamente
all’incertezza nei confronti di una rapida risoluzione
dei conflitti.
Chissà se per accendere la fiaccola della
speranza saranno servite le parole di incoraggiamento
di Mohamed Abati Omar, Presidente dell’Associazione
della Comunità Somala di Padova (comunità nella
quale tuttavia molti somali non si riconoscono) e
dell’ambasciatore somalo (“voi somali della diaspora
avete una grande responsabilità nella ricostruzione
dell’unità in Patria”) e i tanti esempi di drammi a lieto
fine presentati al pubblico.
Accanto alla denuncia sulla
situazione sanitaria in Somalia presentata da Ibrahim
Hagi Abdulkadir, oggi medico ospedaliero a Brescia
dopo anni di attività a Padova (mercato nero dei
medicinali, accessibili solo a chi può pagarli, prodotti
scaduti o conservati male per cui non solo inefficaci matossici), ecco emergere la storia della piccola Samira,
accompagnata in sala dalla dottoressa Zamberlan
e dalla terapista Cusenza dell’Ospedale Civile di
Padova, vittima assieme al fratellino Nasrudin e ad altri
coetanei di un attentato terroristico sullo scuolabus
nel quale viaggiavano.
Grazie all’interessamento della
S.O.S., Samira e Nasrudin hanno potuto raggiungere
l’Italia e beneficiare di cure adeguate: la bambina
sta recuperando notevolmente l’uso del braccio
lesionato, mentre per il fratellino, cui è stata necessaria
l’amputazione di un braccio, sarà presto disponibile
una protesi. Commozione anche per i venti ragazzi
profughi ospiti a Padova nei locali dell’Associazione
Razzismo Stop, che hanno raccontato le peripezie di un
viaggio travagliato (dalla Somalia, attraverso l’Etiopia, il
deserto del Sahara, la Libia, per approdare finalmente
con i barconi della speranza a Lampedusa); una vera
e propria odissea nella quale hanno visto morire di
stenti e torture molti connazionali. Mentre scrivo la
gran parte di questi giovani ha trovato sistemazione
in altre città italiane grazie ai programmi governativi
riservati ai profughi. A Padova, sempre ospiti di
Razzismo Stop, ne sono rimasti otto. Simbolo di una
disintegrazione di cui anche l’Italia è complice, se non
altro per non essersi assunta le proprie responsabilità
storiche, politiche e umanitarie. L’Italia si è dimenticata
della Somalia. Nessuna voce istituzionale a prendersi a
cuore la tragedia dei somali. I pochi aiuti, guarda caso,
provengono prevalentemente da singoli cittadini e da
associazioni Onlus. Solo poche gocce di salvezza, in
questo mare di indifferenza e disconoscimento.
Cadigia Hassan, giornalista italo-somala
Somalia, ai ricordi del suo passato “italiano”.
All’analisi delle sue lotte fratricide che si protraggono
senza tregua da vent’anni, alle speranze (ahimé senza
ricette sicure!) per un futuro di stabilità politica,
economica e di pacifica coesistenza sociale.
E’ stata per me una grande emozione vedere riunito
quasi al completo quel poco che negli ultimi anni è
rimasto della comunità somala di Padova: un evento
che già di per sé ha dello straordinario. Nemmeno ai
matrimoni, ai funerali e alle celebrazioni del 1° luglio
(la Festa dell’Indipendenza somala) ho visto così tante
etnie trovarsi assieme, con l’intento di ragionare su
un destino comune. Numerose le domande, espresse
in somalo e poi tradotte in italiano per il pubblico
indigeno, che i convenuti hanno rivolto all’ambasciatore
somalo a Roma, domande che tradivano l’amore per
la propria terra lontana e martoriata, unitamente
all’incertezza nei confronti di una rapida risoluzione
dei conflitti. Chissà se per accendere la fiaccola della
speranza saranno servite le parole di incoraggiamento
di Mohamed Abati Omar, Presidente dell’Associazione
della Comunità Somala di Padova (comunità nella
quale tuttavia molti somali non si riconoscono) e
dell’ambasciatore somalo (“voi somali della diaspora
avete una grande responsabilità nella ricostruzione
dell’unità in Patria”) e i tanti esempi di drammi a lieto
fine presentati al pubblico. Accanto alla denuncia sulla
situazione sanitaria in Somalia presentata da Ibrahim
Hagi Abdulkadir, oggi medico ospedaliero a Brescia
dopo anni di attività a Padova (mercato nero dei
medicinali, accessibili solo a chi può pagarli, prodotti
scaduti o conservati male per cui non solo inefficaci ma
E’ stata una serata solenne interamente dedicata alla
Somalia, ai ricordi del suo passato “italiano”.
All’analisi delle sue lotte fratricide che si protraggono
senza tregua da vent’anni, alle speranze (ahimé senza
ricette sicure!) per un futuro di stabilità politica,
economica e di pacifica coesistenza sociale.
E’ stata per me una grande emozione vedere riunito
quasi al completo quel poco che negli ultimi anni è
rimasto della comunità somala di Padova: un evento
che già di per sé ha dello straordinario. Nemmeno ai
matrimoni, ai funerali e alle celebrazioni del 1° luglio
(la Festa dell’Indipendenza somala) ho visto così tante
etnie trovarsi assieme, con l’intento di ragionare su
un destino comune. Numerose le domande, espresse
in somalo e poi tradotte in italiano per il pubblico
indigeno, che i convenuti hanno rivolto all’ambasciatore
somalo a Roma, domande che tradivano l’amore per
la propria terra lontana e martoriata, unitamente
all’incertezza nei confronti di una rapida risoluzione
dei conflitti. Chissà se per accendere la fiaccola della
speranza saranno servite le parole di incoraggiamento
di Mohamed Abati Omar, Presidente dell’Associazione
della Comunità Somala di Padova (comunità nella
quale tuttavia molti somali non si riconoscono) e
dell’ambasciatore somalo (“voi somali della diaspora
avete una grande responsabilità nella ricostruzione
dell’unità in Patria”) e i tanti esempi di drammi a lieto
fine presentati al pubblico. Accanto alla denuncia sulla
situazione sanitaria in Somalia presentata da Ibrahim
Hagi Abdulkadir, oggi medico ospedaliero a Brescia
dopo anni di attività a Padova (mercato nero dei
medicinali, accessibili solo a chi può pagarli, prodotti
scaduti o conservati male per cui non solo inefficaci maE’ stata una serata solenne interamente dedicata alla Somalia, ai ricordi del suo passato “italiano”. All’analisi delle sue lotte fratricide che si protraggono senza tregua da vent’anni, alle speranze (ahimé senza ricette sicure!) per un futuro di stabilità politica, economica e di pacifica coesistenza sociale. E’ stata per me una grande emozione vedere riunito quasi al completo quel poco che negli ultimi anni è rimasto della comunità somala di Padova: un evento che già di per sé ha dello straordinario. Nemmeno ai matrimoni, ai funerali e alle celebrazioni del 1° luglio (la Festa dell’Indipendenza somala) ho visto così tante etnie trovarsi assieme, con l’intento di ragionare su un destino comune. Numerose le domande, espresse in somalo e poi tradotte in italiano per il pubblico indigeno, che i convenuti hanno rivolto all’ambasciatore somalo a Roma, domande che tradivano l’amore per la propria terra lontana e martoriata, unitamente all’incertezza nei confronti di una rapida risoluzione dei conflitti. Chissà se per accendere la fiaccola della speranza saranno servite le parole di incoraggiamento di Mohamed Abati Omar, Presidente dell’Associazione della Comunità Somala di Padova (comunità nella quale tuttavia molti somali non si riconoscono) e dell’ambasciatore somalo (“voi somali della diaspora avete una grande responsabilità nella ricostruzione dell’unità in Patria”) e i tanti esempi di drammi a lieto fine presentati al pubblico. Accanto alla denuncia sulla situazione sanitaria in Somalia presentata da Ibrahim Hagi Abdulkadir, oggi medico ospedaliero a Brescia dopo anni di attività a Padova (mercato nero dei medicinali, accessibili solo a chi può pagarli, prodotti scaduti o conservati male per cui non solo inefficaci ma

