Il ragazzino di Dungu
Non era ancora chiaro quella mattina. Uscita nella veranda della casa osservavo la nebbiolina che si dissolveva piano piano tra i rami degli alberi. Guardavo anche Clarisse che, prima di recarsi a scuola, faceva la spola avanti e indietro con il secchio sulla testa per portarci l’acqua e riempire i bidoni sistemati dietro la casa.
Clarisse alla fine del mese avrebbe guadagnato qualcosa e sarebbe forse riuscita a comperarsi qualche testo scolastico. In quella penombra, però, vicino alla “paillotte” del nostro giardino, percepivo la presenza di qualcuno, ma avrei dovuto aspettare la luce per capire di chi si trattasse, chi potesse essere quella sagoma scura e immobile. Mi ritirai e aspettai il sorgere del sole.
Ecco! Era un ragazzino! Mi guardava e
non diceva nulla. Mi avvicinai a lui e il suo volto era quello di chi aveva certamente
vissuto qualcosa di terribile. Nei suoi occhi c’era angoscia, disperazione e
smarrimento. Indossava uno straccio di camicia e un paio di pantaloncini che non
coprivano nulla. Lo interrogai, gli chiesi in francese se desiderava qualcosa, se cercava me, ma subito mi
accorsi che non capiva, segno che a scuola non era mai andato.
Mi rivolsi
allora in kiswahili chiedendo da dove veniva, se aveva dormito nella “paillotte”
quella notte, se aveva fame, perché era lì. Mi rispose con un fi lo di voce,
non riuscivo a percepire le sue parole, insistetti di alzare il tono e
raccontarmi il motivo della sua presenza, ma dovetti avvicinarmi alle sue
labbra per intuire qualcosa.
Capii subito che era ancora sotto shock, per questo la voce era flebile. Mi racconta che è scappato da Dungu, un villaggio a 121 chilometri da Isiro, ed aveva percorso a piedi tutta quella strada per paura e per salvare la sua vita: gli avevano ucciso tutta la famiglia e i suoi genitori erano stati trucidati davanti ai suoi occhi. In me c’era solo sgomento !
Gli prepariamo qualcosa da mangiare, si capiva che era a digiuno da tanti giorni! Gli faccio indossare una maglietta e un paio di pantaloncini e lo indirizzo da fratel Domenico, missionario della Consolata, al Gajen, dove accolgono i casi disperati. Io l’indomani sarei partita per Wamba dove mi aspettava un lavoro impegnativo
per dieci giorni. Lo lasciai nella speranza che mi avesse ascoltato. Durante il mio soggiorno a Wamba mi tornavano alla mente gli occhi smarriti di quel bambino di cui non avevo capito nemmeno il nome.
Al mio ritorno ad Isiro venne a trovarmi
dicendo che fratel Domenico lo stava aiutando.
Un sospiro di sollievo liberò un po’ il mio cuore.

