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Sonia, dal  1985, quando si recò per la prima volta in Africa, ma soprattutto dal 1984, quando la S.O.S. ha dato inizio al progetto “Sostegni a distanza” in Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Benin, ecc., segue con interesse ed affetto tanti bambini; essi nel tempo crescono e di molti lei continua a seguire le storie, a volte  tristi, ma spesso a lieto fine, che li riguardano. Sono queste ultime che ci danno la forza per continuare nel nostro impegno a favore dell’infanzia.  

Lupyana

Un viaggio in aereo è sempre emozionante, specialmente per un bambino venuto dall’Africa!

Lupyana arrivò quasi a mezzanotte  all’aeroporto di Venezia, dormiva profondamente, era fissato sulla schiena della mamma con la kanga (tipico abito africano a forma di pareo); io non l’avevo mai visto prima, lo conoscevo solo di nome.
Padre Rabino, allora superiore dei missionari della Consolata a Iringa in TZ, mi aveva raccomandato questo piccolo di poco più di tre anni, chiedendomi se potevo aiutarlo, perché gravemente malato al cuore.

Mentre percorrevamo la strada Venezia-Padova, la mamma era estasiata nel vedere le strade illuminate di notte e quando, arrivati a Padova, vide una fontana che zampillava a ritmo regolare con giochi di luci, le sembrava di sognare e pensava alla fatica che lei faceva nel suo paese per avere un secchio d’acqua! Un altro mondo…!

Mama Esta, questo è il suo nome,  cercava invano di svegliare il piccolo per  farcelo vedere e conoscere meglio!

Lei,  donna allegra ed estroversa, non ebbe difficoltà ad integrarsi in questo nuovo mondo!

Era il febbraio del 1995. Lupyana era il quarto, nell’arco di un  anno, dei bambini da operare al cuore presi in carico dalla S.O.S. Il suo cuore era gravemente scompensato. Lo accompagnai a Verona dove il prof. Mazzucco intervenne  urgentemente, ma, a distanza di nemmeno un mese,  si vide costretto ad applicargli un pacemaker. Giornalmente mi recavo a Verona per assisterlo in sala rianimazione, con lui c’era sempre la mamma. Eravamo entrambe molto preoccupate, si temeva il peggio, ma piano piano e con tanta speranza il bambino migliorò, i battiti diventarono regolari.  Dimesso dall’ospedale, fu accolto per i primi due mesi da Annamaria e Dino Forza,  poi da me.  Trascorsi poco più di quattro mesi, ritornò al suo paese.

Passò il tempo, Lupyana crebbe, diventò un bel ragazzino, intelligente, di buon carattere, ma avendo perso molto tempo per la sua malattia, si iscrisse a scuola con parecchio ritardo. Si dimostrò però volonteroso e tenace, tanto da risultare da subito tra i primi della classe.  Era ed è ancora sostenuto a distanza dalla dottoressa  Anna Vasina, la pediatra  che lo aveva seguito in ospedale nel decorso post-operatorio e che gli si era affezionata.

Nel 2005, però, Lupyana iniziò ad avere ancora qualche problema al  cuore: i fili del pacemaker che, erano stati posizionati a zig zig proprio per dare la possibilità di adeguarsi alla crescita, diventarono corti e inoltre le batterie erano scariche. Con la dovuta rapidità cercammo un ospedale locale, ma le strutture ospedaliere tanzaniane non erano in grado di affrontare l’intervento e noi quella volta avevamo grandi difficoltà a farlo entrare in Italia. Tutto sembrava insuperabile.

Gli enti privati e pubblici non davano risposte positive. Ci sentivamo responsabili e coinvolti, ma non riuscivamo ad ottenere il visto di ingresso. Dopo numerosi tentativi, io decisi di telefonare al Console italiano di Dar es Salaam  sbloccando così la situazione. Lupyana arrivò in Italia e subito lo portai a Verona dove gli venne  cambiato il pacemaker. Pochi giorni dopo tornò in Tanzania, dove  continuò la sua vita regolarmente; era ora un ragazzo felice, si stava bene in salute ed aveva ripreso a studiare. Purtroppo all’improvviso morì suo padre; rimase così con le due sorelle e la mamma. In quel periodo la S.O.S. pensò di avviare un piccolo progetto per  mamma Esta, un allevamento di polli, perché potesse avere un’ entrata economica e poter pagare i regolari controlli medici in capitale, a Dar es Salaam.

Terminati gli studi superiori Lupyana si iscrisse all’Università.

Nel 2014, dopo parecchi anni di assenza dal Tanzania, vi ritornai e rividi Lupyana. Era diventato un  bel ragazzo, molto alto e con un’espressione  intelligente. Una cosa però notai, il suo portamento non era eretto, stava leggermente piegato a sinistra; mi confidò che aveva spesso scompensi cardiaci e forti dolori, perché ancora una volta era cresciuto tanto per cui il pacemaker non era più idoneo.

Nel vedermi  si commosse sin da tremare dalla gioia. Mi congratulai con lui per la tenacia nello studio e gli chiesi quale   facoltà avesse scelto. Mi rispose che stava studiando medicina, perché voleva diventare un cardiochirurgo per poter curare e salvare tante persone  come lui era stato salvato.  Poi aggiunse:  “Mama, io non ho dimenticato  ciò che tu mi hai detto quando ero da te in Italia, che per uscire dalla povertà bisogna studiare, bisogna  mettercela tutta, perché solo con lo studio un uomo può uscire dalla miseria” . Era proprio che  io gli avevo detto e lui se lo ricordava bene!!!!  Ero certa che sarebbe riuscito a realizzare il suo sogno.

Nel mese di marzo del 2015, pochi mesi dopo il nostro incontro, mi fece sapere che era peggiorato, stava molto male,  non riusciva più andare alle lezioni, era  scompensato e doveva rimanere a letto gran parte della giornata. Non potevamo più aspettare, bisognava  decidere al più presto il da farsi.

Lupyana decise così di andare  in India, ci chiese il finanziamento per poter affrontare il viaggio,  l’ intervento e la degenza.  Andò  da solo, la mamma avrebbe gravato ulteriormente sulla spesa, ma lui la tranquillizzò assicurandole che tutto sarebbe andato bene. Infatti fu così e, appena ritornato in Tanzania,  riprese a pieno ritmo i suoi studi avendo anche voti molto soddisfacenti.  Ora frequenta l’ultimo anno di Università!

Lupyana ha capito che dallo studio dipende il suo futuro!!

                                                         Vasto

“E’ strano! È proprio strano quel bambino…….!”; questa era la frase che mi ripetevano le suore dell’orfanotrofio di Tosamaganga quando mi parlavano di Vasto, e poi aggiungevano: “E’ un leader qui all’orfanotrofio, tutti i bambini lo ammirano, gli vogliono bene, è buono e simpatico, ma ogni volta che partecipa ad un gioco e specialmente a quello del pallone, che tra l’altro ama molto, si comporta in modo molto strano.  Nel più bello della partita sparisce improvvisamente, lascia il suo ruolo e si nasconde.   Lo trovano seduto in qualche angolo del cortile, o sui gradini che portano nella stanza dei neonati. Nessuno capisce il suo comportamento ed è per questo che tutti lo giudicano strano”.

Vasto era stato portato all’orfanotrofio appena nato, in quanto la  mamma era morta partorendolo. Il papà lo andava a trovare quasi ogni domenica; era affettuoso con lui e aspettava che il piccolo crescesse un po’ per riprenderselo a casa. Purtroppo, quando Vasto aveva 4 anni, non vide più il suo papà e gli raccontarono che l’aveva abbandonato. Anch’io credevo questo; il sorriso su quel bel visino si spense troppo presto.

Era il 1995, mi recai  in Tanzania con un amico medico di Piacenza, Pietro Molinaroli, andammo come ogni anno all’orfanotrofio di Tosamaganga e i piccoli orfani, come sempre quando mi vedevano, mi corsero incontro e mi si avvinghiarono  addosso. Vasto allora era fra i più grandicelli, aveva 5-6 anni, ma non voleva essere di meno degli altri ed io riuscii  ad abbracciarlo alla rovescia: la sua schiena si appoggiava al mio petto; le mie braccia perciò avvolgevano il suo esile corpo e fu proprio per questa sua posizione che percepii nettamente che  il  battito del suo cuore non era normale, pulsava in un modo che mai avevo sentito prima, sembrava una piccola cascata.  Chiamai subito l’amico medico che lo auscultò e confermò il mio pensiero: qualcosa non funzionava. Lo portammo all’ospedale, ma purtroppo non avevano l’elettrocardiografo; in Africa la prevenzione, in genere anche quella cardiologica, è assente, per cui le malattie congenite del cuore non vengono scoperte in tempo, portando spesso al decesso i piccoli pazienti che invece, se avessero avuto la fortuna di nascere in un altro paese, avrebbero potuto essere salvati.

Padre Alberto, missionario a Tosamaganga, che era stato curato e operato al cuore in Italia, sensibile più che mai al problema, ci promise che gli avrebbe fatto avere tutte i documenti necessari per mandare il piccolo Vasto in Italia per una corretta diagnosi.
Arrivò il giorno del suo arrivo a Padova e il destino volle che proprio in quel giorno padre Alberto ci lasciasse!
Vasto si trovò immerso in una realtà completamente diversa dalla sua, vissuta sempre in un villaggio dell’Africa e per giunta in un orfanotrofio:  persone mai viste prima, bianche di pelle, usi e costumi nuovi.
E’ in Italia da poche ore e subito viene visitato e ricoverato; dopo pochi giorni è operato al cuore: “Foro di Botallo”, questa era la diagnosi, a questo era dovuta la sua stranezza! Per lui fu un’esperienza traumatica: ricordo ancora il suo sguardo perso nel vuoto durante la degenza in sala rianimazione, fra tubi, macchinari e flebo. Passai giorni e notti  intere insieme a lui, nel tentativo di infondergli coraggio e quella fiducia in noi che l’intervento pareva aver spazzato via. Parlava solo il kiswahili ed io a quel tempo non conoscevo questa lingua; ero tutto il giorno con il dizionario in mano… e posso dire che Vasto è stato il mio primo maestro!

Finalmente le sue condizioni migliorarono e, uscito dall’ospedale, rimase  più di due mesi a casa mia. Quel periodo ci regalò emozioni molto intense: la sua capacità di adattamento e la sua volontà di integrarsi si rivelarono così straordinarie per un bambino tanto piccolo che egli entrò indelebilmente nei nostri cuori.. Per il suo carattere eccezionale, la sua brillante intelligenza, la sua indomabile vitalità, abbiamo spesso considerato Vasto come l’ultimo regalo di padre Alberto.
Ritornato all’orfanotrofio di Tosamaganga stentò a reintegrarsi, il cibo tanzaniano non gli piaceva più, mangiava poco e pensava alla vita così diversa vissuta in Italia, in cui aveva anche assaporato per la prima volta  l’affetto di una famiglia che non aveva mai avuta; poi  piano piano riprese la sua vita consueta.
Dopo sei anni, nel 2001, si sposò mia figlia Maria e pensò di invitare Vasto al matrimonio, così avrebbe anche potuto sottoporsi ad una visita di controllo al cuore! Era ormai un ragazzino e questo viaggio lo lusingava, lo rendeva felice. Fu proprio in questa occasione che io venni a sapere, da una suora arrivata a Padova in quei giorni, che il papà di Vasto non l’aveva abbandonato, ma era stato sbranato da un leone mentre andava a caccia. Vasto, presente alla conversazione, rimase sconcertato dalla notizia, ma sollevato all’idea di non essere stato abbandonato.
Nel tempo continuò tra noi un rapporto epistolare; era un ragazzino sostenuto a distanza dai nostri soci Paola e Francesco che lo aiutarono fino alla maturità scientifica. Divenuto adulto, si presentò il problema di lasciare l’orfanotrofio: all’età di 7 anni i bambini dovrebbero ritornare nella loro famiglia d’origine, ma purtroppo, come nel caso di Vasto e di altri, non tutti hanno qualcuno o addirittura non sanno da dove provengono perché abbandonati.

Nel 2010 i ragazzi grandi che alloggiavano all’orfanotrofio dovettero andarsene, ma  senza un lavoro e senza una famiglia cosa sarebbe successo? Vasto mi fece sapere che alcuni di loro dormivano nei mercati, rubavano per mangiare e altro…

Che fare? Che cosa erano serviti tutti quegli anni di sostegno a distanza se li abbandonavamo proprio ora? Li avevo visti crescere, li conoscevo uno ad uno…
Partii con Manuela Bargigli per il Tanzania e cercammo insieme una soluzione almeno provvisoria.  Certi furono inseriti in scuole a convitto  per terminare gli studi, poiché era importante anche dar loro la possibilità di avere un tetto; poi pensammo ad un progetto che potesse dar loro l’opportunità di un lavoro per la vita. Da soli non sarebbero riusciti ad affrontare il difficile percorso di inserimento nel mondo del lavoro ed inoltre avrebbero dovuto intraprendere percorsi pericolosi  per inserirsi nella società civile.
Successivamente, ritornata in Italia, in Consiglio Direttivo si decise di realizzare a Makalala (Mafinga) un allevamento avicolo in grado di offrire per il momento a tre giovani ragazzi orfani, Vasto, Severin e Agano la possibilità di lavorare a contatto con la natura e al tempo stesso di produrre un bene essenziale come il cibo, acquisendo nel contempo competenze di tipo gestionale e commerciale.
Il progetto avicolo rappresenta una conquista, in quanto offre la possibilità a questi ragazzi la possibilità di farsi una nuova vita, di sentirsi realizzati e di formarsi una famiglia.

Vasto, che è il responsabile economico, si è sposato ed ha una bellissima bambina alla quale ha dato il mio nome, Sonia.

Severin è un ragazzo buono e tranquillo, va d’accordo con tutti e non ha mai nulla da protestare; sta già aspettando un bambino e si sposerà presto.

Agano è appena stato assunto nel progetto e si sta rivelando un bravo lavoratore.

                                                          Tolbert
Io sono Tolbert di Heka a Manyony  (Tanzania) e in questo momento sto facendo il mio dottorato in biochimica. Sono beneficiario del progetto della S.O.S. relativo ai Sostegni a distanza.
Ho iniziato tutto il mio viaggio di educazione con padre Aloys e poi ho frequentato le secondarie con padre Isaac Mbuba; infine, mi sono iscritto all’università in Danimarca, a Copenaghen.
Ora sto lavorando nel più grande e prestigioso ospedale e sto facendo, come dicevo,  un master in biochimica.
Cara Sonia, desidero ringraziarti, perché senza la tua associazione io non sarei diventato quello che sono ora; ero un numero di padre Isaac e adesso sono qualcuno.
Grazie molte e che Dio ti benedica abbondantemente per avermi offerto questa opportunità.

Tolbert

                                                      Bernard  Kalokalo

Mi chiamo Bernard Kalokalo Kubozingi, figlio di Kalokalo, deceduto, e di Kwadiese, deceduta anch’essa; come capite, sono orfano di padre e di madre. Poiché non conosco  la mia storia famigliare con esattezza, suppongo di essere nato nei dintorni di Nanagazizi per il semplice fatto che questo luogo si trova nei paraggi dell’ospedale in cui  mia madre è morta prima che io e mia sorella maggiore fossimo  recuperati dalle signorine bianche che lavoravano nell’ospedale sopra menzionato e che in seguito ci hanno affidati alle cure delle suore religiose di Santa Caterina. In quel periodo avevo circa 4 anni e mia sorella circa un anno più di me. Si suppone sia nato il 27 dicembre 1988, tenuto conto dell’età apparente che avevo alla morte di mia madre.
Sono cresciuto, educato e scolarizzato dalle religiose di S. Caterina all’orfanotrofio St. Joseph di Mendambo, prima che S.O.S. e mamma Sonia venissero in mio aiuto.
Attualmente sono alla fine dei miei studi, cioè al 2° anno  di Diritto.
Se ho scelto di fare questa facoltà, è per difendere la causa dei poveri e degli orfani come sono io. E tengo molto a questo, nonostante le difficoltà.  Oltre a ciò, vorrei creare nel mio ambiente un’ organizzazione o una struttura di persone di buona volontà per sostenere i bisognosi, poveri e orfani come l’orfanotrofio e fare ciò che la S.O.S. ha fatto per me. Voglio, a mia volta, aiutare gli altri così come sono stato aiutato io.

Per fare tutto questo, ho però bisogno di aiuto: sono uno studente e non possiedo nessuna fortuna, poiché non ho nessun membro della famiglia che possa aiutarmi in questo senso. Spero però che una volta terminati in miei studi  tutto questo diventi possibile, se  troverò un lavoro  che mi permetterà di realizzare i miei sogni. So che ci sono ancora molte difficoltà da affrontare: finire gli studi in corso, prestare giuramento e trovare un impiego, …cose non facili da noi. Credo comunque che Dio mi aiuterà, come ha sempre fatto, per superare le mie difficoltà e far si che io realizzi il mio destino.
Per quanto riguarda la situazione della mia vita attuale, a parte l’aiuto economico che ricevo da parte della S.O.S per le spese dello studio, sopravvivo con quel poco che mi viene in tasca aggiustando apparecchi cellulari, ecc. (ciò che talvolta mi basta per mangiare, per la salute e gli abiti).
Ecco, in sintesi la mia vita.

Bernard Kalokalo

Bernard, dopo aver frequentato il seminario ed essersi diplomato in
lettere e filosofia, si è iscritto all’università nella facoltà di legge,
perché vuole fermamente aiutare i poveri e gli orfani.
Da alcuni anni non vive più alla Maison Famille, dove è cresciuto, ma abita con una signora ex orfana ed ex ospite dello stesso orfanotrofio.
Come sappiamo, la situazione economica in Congo è alquanto precaria, perciò Bernard deve cercare di arrangiarsi per il cibo; così ha fatto un po’ tutti i lavori, dal fabbricare i mattoni a mano, pulire le scarpe per strada a qualche signore ed, attualmente, aggiustare telefonini.
E’ però molto dimagrito, probabilmente non mangia abbastanza. La cifra di 350 dollari all’anno che la S.O.S. gli offre non sono sufficienti nemmeno per i soli studi, perciò penso che bisognerebbe integrare con qualcosa in più.
E’ bravo negli studi e quest’anno dovrebbe essere l’ultimo, perciò avrà da pagare parecchio sia gli esami che la laurea (queste sono le norme in Congo).

Vogliamo aiutarlo a realizzare il suo sogno?